Ascensore rotto. Ti pareva. Andiam a scalare sei piani di un palazzaccio qualunque ingrigito dalla cura che il tempo ci mette a consumare tutto. Penso solo a mettere bene un piede davanti all'altro e, presa dallo sforzo delle cosce, talmente isolo quei piccoli sforzi susseguenti, talmente mi prende l'ansimare dei polmoni che cresce nella eco caratteristica di tutte le rampe di scale, che mi perdo il mio di piano e arrivo più su, dove non ero mai stata. Forse ero semplicemente distratta, o troppo concentrata, come dico sempre io, sta di fatto che approdo forse era all'ottavo piano, o forse più su, e mi trovo un quadrato di cemento sulla testa e una finestrella alta da cui si vede un pezzo di cielo sempre grigio, ma meno grigio del palazzo. Quanto è piccola e inutile quella finestra, facevano prima a chiudere il palazzo con un bel tappo di cemento e basta. Mi fa pena e penso che a chiunque dovrebbero regalare più luce, persino ai tappi di cemento. Mi volto e comincio a scendere, stavolta ponendo attenzione, alle porte, ai tappeti, ai campanelli, per non perdermi ancora. Quando arrivo a casa si è fatta notte, me ne accorgo dal fatto che non vedo luce fuggire da sotto le porte delle camere chiuse, ma quanti gradini ho sceso?, non c'è nessuno, pare, vengo attratta da dei rumori in cucina: una pentola sul fuoco borbotta e sbuffa e ha quasi evaporato tutto il contenuto. Per fortuna è solo acqua. Possibile si sia fatta notte così in fretta? Ho lasciato la pentola con l'acqua sul fuoco? Quando? Non ricordo nulla. Banalissimi routinari momenti che si ripetono più o meno sempre uguali giorno dopo giorno mi storcono il viso in un'espressione a punto interrogativo. Vorrei parlare con qualcuno, dire tutto il mio sconcerto, ma non c'è nessuno, e non sembrava esserci mai stato. Eppure... E' solo un giorno come tanti. Entro in camera mia, forse ho solo bisogno di una doccia, mi libero dello zaino-del cappotto-della sciarpa, li lancio sul letto e in quello stesso preciso instante questi si sgretola sotto i miei occhi in un cumulo di macerie di legno, polvere, cotone, lana, piume d'oca, sporche, pezzi di cose, indefinibili, confuse. Non c'è più niente di sano, nessun armadio, nessun vestito, nessuna foto è sopravvissuta alle pareti, solo quella con la giostra illuminata e i due sconosciuti di spalle che la guardano. Guardano la giostra girare, la guardano prendere velocità fino a quando la serie di lucine non si confonde in un'unica scia luminosa e aspettano che si fermi a riposare un pò le braccia meccaniche prima di riprendere la corsa. E' tutto ciò che sopravvive qui.
Quaggiù all'inferno si invecchia, l'aria è più accesa.
L'ho fatto ancora: dimenticare. Rifiutarmi di credere.
Nessuna beata certezza.
Tra le cose che crollano, crolla la certezza del domani. Certe cose accadono sempre di notte, in quelle notti che sanno spaccare la testa e prendersi quello che vogliono, sanità, equilibrio e tutto. Tutto rallenta, i rumori si allontanano, la luna si fa più chiara, evapora, come acqua.
L'ennesima eclisse.
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RispondiEliminaIn effetti, sembra notte fonda.
RispondiEliminaL'ennesima eclisse tra un dolore e un altro.
Quaggiù all'inferno si invecchia, si cambia più spesso rotta.
Non pensare che sia distante
Non pensare che sia distante
Non pensare che sia distante
Da qui vedo la tua casa.
In effetti tra un girone e un altro, cercavo i tuoi occhi blu di metilene.
Quaggiù all'inferno, perpetua croce e delizia.
Quaggiù all'inferno si sconta l'aspra inflessibile sentenza, tra gli inferi il dubbio serpeggia.
Quel buco nel cemento, che dovrebbe regalare luce.
Quel buio velato che rende visibile il dubbio.
Finestre, eclissi, cecità, vista.
Ps. Leggerò con molta attenzione PPP quando arriverà il suo momento, soprattutto dopo il tuo allerta.